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Attraverso le note del delicato tema per pianoforte “Eva”, eseguite dal loro autore in persona, si apre il disco edito dalla Varese Sarabande per Igor, film d’animazione narrante le avventure dell’omonimo storico assistente di Frankenstein.
E se vogliamo non è un caso il fatto che le musiche siano state affidate a Patrick Doyle (Ragione e Sentimento, Sleuth, Harry Potter e il calice di fuoco, Carlito’s Way), uno dei più grandi maestri in questo campo, autore dell’indimenticabile partitura scritta per Frankenstein di Mary Shelley.
Ed è proprio attraverso i movimenti più cupi, per grande orchestra, caratterizzati da larghe presenze di fiati e ottoni, di Igor che già si captano le prime sfumature stilistiche che riportano alla mente la colonna sonora composta per il film di Kenneth Branagh.
Doyle scrive musica restando fedele al suo stile inglese, capace di giocare sia col mickeymousing, particolarmente apprezzabile nei movimenti per fagotto e pizzicati di cetra di “Scamper & Brain”, che nei brani carichi di vigore e maestosità, come “Except The King”, in cui una marcia cadenzata per tromboni e clarinetti, uniti ad una presenza corale assai sinistra, crea un perfetto connubio tra il commento concepito per un film d’animazione e il gusto tetro e misterioso che il leggendario personaggio trasmette.
Il maestro inglese non ci risparmia passaggi degni della sua produzione più brillante, come la drammatica e penetrante “Evil Bone”, che regala pagine per grande orchestra che ricalcano tanto i momenti più muscolosi di Carlito’s Way quanto le atmosfere più sinistre di Piccola Principessa.
Particolare attenzione viene dedicata alla costruzione tematica; Doyle infatti scrive parti cariche di motivi assai orecchiabili e di semplice memorizzazione. Che si tratti del tema di Igor, che torna in una brillante esecuzione per fagotto in “Blind Orphans”, o del dolce e romantico leitmotiv per fiati ed archi di “Hi Heidi”, l’artista riesce a comporre movimenti che esprimono continuamente la natura fiabesca della pellicola senza tralasciare per un istante quel retrogusto tetro, misterioso e a tratti anche inquietante che caratterizza il film.
La ricerca poi di timbriche che sembrano quasi ironizzare le sue composizioni più serie, Mary Shelley’s Frankenstein per prima, dona a brani come “Brain Wash” un’incredibile spessore musicale, tale da rendere ricercato e per nulla banale anche il semplice battere d’incudine sotto ad un movimento per fiati e violoncelli, in cui l’elemento inquietante, inserito da un tema piuttosto stridulo per tromba, riesce a dipingere ancora più precisamente quest’atmosfera senza tralasciare il mickeymousing nella costruzione tematica.
Non tardano ad arrivare passaggi più vigorosi e tipici della produzione per grande orchestra di Doyle, di cui “Cliff Chase” è indubbiamente testimone.
Un movimento per tromboni ed archi costruito su una marcia ben cadenzata, in cui sporadiche entrate del coro, unite a dei crescendo d’insieme, capace di esprimere il carattere più drammatico nel pieno rispetto del grande stile inglese eseguito da un generoso corpo orchestrale.
Numerosi poi i fiori all’occhiello di questa OST, dalle ritmiche hawaiiane di “Hot Tub Rob”, che oscilla tra costruzioni di walzer e pizzicati di chitarra accompagnati da percussioni dal carattere esotico, all’eroico “Evil Science Fair”, in cui incontriamo un tema per archi, rafforzato da un vigoroso accompagnamento corale e costruito su di una base ritmica di grande effetto, o degli strappi della sezione d’ottoni in “Secret Passage”, degni dei migliori sinfonismi composti per Eragon.
Talvolta si ha l’impressione che la natura ironica e cupa al tempo stesso della pellicola abbia spinto Doyle verso un approccio che guarda Danny Elfman e la sua La sposa cadavere, ma si tratta principalmente di un gusto dovuto alla natura beffarda del film d’animazione, che di sicuro trova nello stereotipo del coro o della ricerca tematica dal retrogusto inquietante un comune denominatore col fido collaboratore di Tim Burton. Tutto questo ovviamente non compromette per un solo istante l’originalità e l’inconfondibile stile di Doyle, il quale si lascia riconoscere continuamente, sia che si tratti delle frenetiche note per archi, fiati ed ottoni di “Let’s Get Evil”, forse una delle pagine maggiormente cariche di suspense e vigore della colonna sonora, o dei maestosi cori di “Evil Annie”, nel quale ritroviamo anche un’inconfondibile citazione all’immortale tema di Cape Fear, del Maestro Bernard Herrmann.
Patrick Doyle compone leitmotiv molto interessanti, cariche del suo stile più muscoloso e fedele al gusto musicale inglese. Non ci nega costruzioni di grande interesse, sia dal punto di vista tematico, spaziando tra mickeymousing e movimenti più drammatici, che da quello puramente timbrico, grazie ad una ricerca attenta delle sfumature più rappresentative della sua produzione, che strizzano tanto l’occhiolino a Mary Shelley’s Frankenstein, com’è ovvio che sia per la natura del film, che ai suoi componimenti più brillanti come Eragon.
Una buona prova, che per alcuni versi si dimostra superiore alle produzioni per grande orchestra degli ultimi anni, in particolar modo The Last Legion, in cui il compositore aveva concentrato tanto vigore quanto scarso spessore tematico.
di Valerio Mastrangeli
Fonte: Colonne Sonore.net
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